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Poesie Sparse
Prefazione di Gabriella Valera Gruber 

E iniziò una nuova primavera…. Il grido della speranza nella poesia di Edvino Ugolini

E’ un grido di dolore la prima poesia di questo libretto dalle immagini vivide, dal sentimento sincero, dal pensiero nudo.
Un grido di dolore che si leva nel contesto di una quotidianità amata, quel “son de mar”, quella voce del mare, che accompagna la vita degli abitanti di Trieste ( la città di Edvino Ugolini) come a rassicurarli di un’appartenenza, di un’ affettuosa consuetudine, sottolineata nel testo dal titolo in dialetto (unica espressione dialettale di tutto il libro).

Ma è proprio in fondo a questo mare che i cuori disperati dei migranti perdono le proprie speranze e in quel “son de mar” sente Edvino “suoni di paesi lontani/ portati dal vento/ sulle nostre sponde”.

A partire dalla contraddittoria percezione di lontananza e vicinanza, di solitudine e universalità solidale (nella colpa, nel dolore, o nel riscatto) si snodano queste “poesie sparse”. “Sparse” come le memorie dolenti dei fatti a cui ogni volta fanno riferimento, sparse come le macerie lasciate sul terreno da ogni guerra e da ogni violenza, sparse perché difficile è nei nostri mondi guardare alla verità di un unico mondo, uguale per tutti, e sentire quel filo del dolore che tutti unisce.

Le poesie di Edvino Ugolini sono sempre ispirate, si potrebbe dire segnate, dai fatti della sopraffazione e della violenza di cui anche la nostra storia recente e il nostro oggi sono testimoni. “LIBERTA’ GIUSTIZA… parole perdute”: è il suo ripetuto lamento.

La sua poetica, però, lascia i luoghi della politica, come semplice presa di posizione di parte, per levarsi sopra le parti ,con un canto universale.

E’ qui che lo incontriamo e ne condividiamo l’intima coerenza nel prendere su di sé la responsabilità e il dolore, nel farseli propri fino ad “essere stanco” qualche volta senza però mai cedere alla tentazione di lasciare: “Il dolore del mondo è troppo forte/ a volte non lo sopporto/ ma finché lo sento/ so che qualcosa potrà cambiare” (“Speranza”) .

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Aleggia nel libro il senso di una colpa universale, a cui non ci si può sottrarre.

“Nulla ormai può tornare com’era” .
“Il sipario” è stato “strappato”: atto di estrema ubirs, antica presunzione punita, dissacramento e disvelamento, come nelle mitologie classiche e cristiane? Ciò che resta è la ferita, l’ “indifferenza” , come se l’uomo dopo quel suo primo atto di disvelamento, quella sua volontà di conoscenza, scoperta un’ orribile realtà, volesse chiudere gli occhi e ritirarsi dalla scena.

“La pietra nuda”, breve testo di pochi versi e di straordinaria potenza, manifesta il mistero e colpisce il lettore con la sensazione dell’unica verità che l’uomo contemporaneo veramente conosce: la desolazione e l’ universalità dell’abbandono.

E ancora la lontananza: “Nel bagliore del tramonto/garrire di rondini/ mentre lontano/ inascoltati / echeggiano/ altri suoni” (“Echi”) ; e ancora la responsabilità tremenda : “L’uomo lascerà ai posteri/ le sue colpe” (“Eredità”) , “il presente è già futuro e anticipa le nostre colpe” (“Erodiade”); e ancora il sentirsi coinvolto in questa terribile eredità: “Non vorrei avere come eredità quello sguardo perso nel nulla” (“Occhi”).

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Ma il tempo non è compiuto. L’uomo che prende su di sé la responsabilità non può sentirsi lontano: prende su di sé anche il dolore e riscatta la speranza.

Le poesie di Edvino Ugolini sono piene di questa solidarietà non retorica che abbraccia particolarmente i bambini, le madri, i vecchi: “gli occhi di quel piccolo essere scrutano….” , egli scrive, “invadono la nostra vita/ ci obbligano ad avvicinarci ai destini anzitempo soppressi” (“Occhi”), e di fronte al dolore delle madri, “distrutte dal pianto”, egli non urla, ma fa sua la tragedia: “Non vorrei più guardare gli occhi delle madri distrutte/, no mai più, sono tutti figli miei /creature innocenti nate e morte sotto i miei occhi” (“Sono tutti figli miei”).

Nascita e morte (soave la morte per un popolo stanco di migrare:”Saharawi”). Quanta delicata intensità accompagna il gesto delle “Madri Coraggio”: “Madre che hai visto nascere e hai visto morire/ dal grembo raccogli i frutti/ e nella terra/ rimetti le spoglie”.

Nella terra che ancora germinerà.

Quando parla dei bambini, Ugolini usa parole di infinita tenerezza (i loro occhi sono come “confetti rosa”) e ripete che il loro destino è di vivere l’infanzia, di ritornare ad essere per il mondo una nuova primavera.

Il libro si chiude infatti con una poesia di speranza. Una parabola dai toni profetici e dai colori contrastanti.
“Dalle fosse uscirono i predoni per ricominciare l’arcano gioco”. “Arcano gioco” il gioco della crudeltà e della guerra, incomprensibile e irriducibile come tutto il testo evidenzia nella contrapposizione netta fra bene e male, vita e morte: “Volete la vita?/ Non potete averla / giacché siete morti […] lasciate il giorno ai giusti e la notte agli stolti”.
“La gente fuggì/ lasciando case e culle vuote”.

Ma rimane “il vecchio” (l’antica sapienza). Il suo sguardo “diventa argenteo” di fronte agli sgherri “putrefatti di malvagità”.
E il bene vince sul male. “Lasciate che tornino i bambini” egli dice “che possano vivere la loro primavera/ e la loro estate da uomini liberi […] E così fu […] Tornarono i bimbi con le loro madri/ e iniziò una nuova primavera”-

La parabola si conclude. E, verrebbe da dire, il tempo si compie.

Le poesie di Edvino Ugolini sono brevi, incisive, fatte di versi altrettanto brevi, talora di una sola parola, che nascono dall’urgenza del dire. Hanno dentro la forza della “compassione” e quella dell’amore ma parole come “solidarietà”, “amore”, “compassione” non le troviamo mai nei testi, che si allargano, nella loro brevità ed incisività, con un respiro cosmico: lontananza/vicinanza, futuro, profezia.

Nella poesia di Edvino Ugolini il grido di dolore della terra si trasforma nel grido della speranza, che non consola ma lacera ed esige, chiamando ogni essere umano al suo destino di solidarietà.

 

Sinossi top
Le 25 liriche che compongono la silloge “Poesie sparse” sono state tratte da raccolte inedite. Il filo conduttore di queste poesie è rappresentato dalle esperienze vissute dall’autore nel corso dei suoi viaggi di solidarietà nei paesi colpiti da conflitti, dal Saharawi all’Iraq, dal Kurdistan al Libano, dalla Palestina alla Bosnia e al Kossovo. La finalità di tali poemi narranti, è proprio quella di raccontare in versi i problemi di quei paesi, che noi conosciamo per lo più dalle cronache dei giornali e della TV. Punto focalizzante sono i bambini, vittime predestinate delle guerre e dei disastri umanitari, che rappresentano l’anello più debole della società. In alcuni paesi come in Kurdistan e in Libano, la Rete degli Artisti contro le guerre, di cui l’autore è socio fondatore, sta portando avanti dei progetti di solidarietà a favore della popolazione, soprattutto quella infantile. In Libano, per esempio, ogni anno la Rete degli Artisti partecipa ad un festival di teatro itinerante nei campi profughi palestinesi. Oltre all’aspetto ludico del progetto, c’è l’impegno concreto di portare aiuti umanitari nei campi e quello di sensibilizzare la popolazione sui problemi inerenti ai profughi. A questo riguardo la Rete si appoggia a varie associazioni di volontariato in tutta Italia che a loro volta organizzano iniziative con lo scopo di promuovere la conoscenza della realtà dei campi profughi e hanno contemporaneamente lo scopo di raccogliere fondi da destinare a tali progetti.
Il ricavato dei libri pubblicati dall’autore vengono esclusivamente destinati ai progetti in corso. Oltre ai libri la Rete pubblica ogni anno un calendario poetico con le stesse finalità.
Tra la raccolta “Poesie sparse” e le altre raccolte finora pubblicate c’è un collegamento che parte dalla prima raccolta “Vita e Morte”, dedicata più al vissuto intimo, però con composizioni che scrutano nel sociale, che è poi proseguita con “Bagliori” a 17 anni di distanza dalla prima, opera questa, rivolta molto di più all’aspetto sociale. La seconda parte di questa raccolta infatti è una cronaca in versi che ripercorre gli eventi più significativi, almeno per l’autore, a cominciare dal 1967 fino al 1977, ossia gli anni della rivoluzione socioculturale del movimento studentesco.
Le altre raccolte più recenti sono uno specchio del vissuto del presente, a cominciare da “Poesie ribelli”, attraverso “Intrecci” fino ad arrivare alla presente raccolta.
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