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poesie ribelli
Prefazionedi Giulio Stocchi    
Dalla periferia dell’Impero

Mentre ancora aleggia sulla città ferita il fumo della sua rovina e il mondo si interroga su quali catastrofi lo aspettano, in questa vigilia di guerra, leggo le parole che Edvino Ugolini ci ha consegnato in queste sue Poesie ribelli .
Scrivere, e leggere, come ben aveva visto Sartre, sono atti che avvengono in situazione, cioè in un clima storico, sociale, politico, e dunque esistenziale, ben determinato. Come dice l’autore nella nota che conclude il volume "questa terza raccolta di poesie si colloca in un momento storico-particolare. Nell’era della cosiddetta globalizzazione…" Ma cosa significa, in concreto, globalizzazione, per un poeta del 2001, anzi per quel poeta che risponde al nome e al cognome di Edvino Ugolini? Proverò a rispondere con un percorso di lettura che è, naturalmente, personale, ma è forse influenzato da quella situazione, da quel contesto di cui dicevo e che mi costringe ogni tanto ad alzarmi dalla mia scrivania e correre al Televideo per vedere se gli araldi neri di cui parlava Cesar Vallejo sono già apparsi sui loro cavalli all’orizzonte. Forse con questa mia stessa ansia gli antichi scrutavano dagli spalti delle città capitali dell’Impero le nuvole di polvere che annunciavano la loro disfatta. Il fatto è che Edvino Ugolini scrive non dalla capitale ma dalla periferia dell’Impero, da una città di confine che è stata gloriosa e che ora è assopita nel ricordo della sua grandezza. Come, per Ausonio o Claudiano, Bordeaux o Alessandria nel IV e V secolo della nostra era. "La mia città –scrive l’autore- è una piovra Mi stringe forte e mi soffoca Mi affascina con le sue fattezze Ma non mi scuote". E ancora, nella stessa poesia, "La mia città è morta Perché rincorre il passato E invecchiando in questa assurda corsa Non lascerà di sé alcuna traccia". Ma tuttavia conserva in sé le tracce della storia che l’ha segnata, della vergogna sua e dell’Europa e del mondo. Perché, a Trieste, la Risiera di San Sabba è una ferita che ancora strazia la coscienza di chi, come Ugolini, non si è rassegnato all’intontimento generale e che lo spinge a innalzare "Questo grido contro gli assassini Contro i servi del potere Strumenti di morte nelle mani del capitale e dell’ideologia fascista Le celle ancora stipate di morte I camini invisibili che sputano fumo Tante vite umane Apese ad un ultimo ricordo".
Quindi Trieste, la città matrigna e soffocante, in realtà, e forse proprio per questo, scuote profondamente Ugolini, lo lacera e lo ferisce ma non riesce a imprigionarlo nelle sue spire, a imporgli, come a tanti suoi concittadini, la complicità e il silenzio. Quel dolore anzi, che è il dolore del figlio respinto e tradito, dona al suo sguardo la profondità di una prospettiva storica da cui guardare il presente, conferisce alla sua voce lo stridore lancinante del grido dei profeti. La città sonnolenta, conformista, bigotta, collusa per viltà coi crimini del passato traccia così la strada della ribellione, diventa per così dire il calco negativo su cui misurare ogni futura conquista, il viatico, la mappa che l’esule porta con sé per non rischiare di ritrovarsi prigioniero nello stesso labirinto, l’immagine di una medusa che non impietrisce, ma addormenta. E’, insomma, il modello della globalizzazione come l’intende Ugolini: l’ottundimento della coscienza, lo smarrimento di sé, il sonno della ragione in cui sono piombati "gli omologati del sistema", in cui, come relitti di un naufragio, affondano "Memorie cancellate dagli eventi Residui di vite consumate nel niente", in cui talvolta lo stesso poeta rischia di perdersi: "Io uomo fallo Io uomo forte Io uomo ridicolo Cerco di sedurti col potere Col fascino del mio avere Con l’effimero del piacere Non volendo cogliere il fiore Che in te è anche in me".
Ugolini a quel fiore, che è il fiore della verità o semplicemente della decenza, vuole rimanere fedele perché sa che quanto è fragile e minacciato è proprio il bene più prezioso che occorre sottrarre alla macina che tutto stritola in un mondo dove persino "La pietà insita nella belva E’ stata cancellata Dal cuore dell’uomo".
Un mondo ridotto a discarica dove "Il mare accoglie l’immondizia Dei ricchi mentre la gente Sta a guardare". Ebbene Ugolini, e questo forse è il suo merito più alto, rifiuta con coerenza, vorrei dire quasi testardamente, di farsi ridurre a spettatore inebetito davanti a un qualsiasi schermo televisivo, aggrappato al telecomando, lo strumento illusorio di un potere che consente sì di cambiare canale, ma per assistere a spettacoli di cui non siamo più in grado di cogliere il senso e che altri decidono, organizzano, dirigono…
Le sue poesie sono ribelli nella misura in cui cercano di restituire al lettore la capacità di ragionare, di capire e quindi di agire, di alzarsi insomma dalla poltrona in cui per troppo tempo ci siamo adagiati limitandoci a guardare qualche volta con curiosità, più spesso con sazia indifferenza, i drammi del nostro mondo.
Il fumo che ancora aleggia sulla città ferita dice che il tempo, ormai, sta per scadere.

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